Corso: Il maltrattamento in famiglia

Organizzato dalla Scuola Medica Ospedaliera

Relazione elaborata alla fine del Corso a cura di Giulia Cespa

Il corso, che mi ha visto come partecipante , si è svolto dal 27 febbraio al 10 luglio 2021 con il coordinamento del dottor Lionello Petruccioli. Esso è stato articolato in sei incontri e per ognuno di essi sono state sviluppate alcune aree tematiche : dalla perversione relazionale, alla violenza perversa, dal rapporto tra l’aggressore e la vittima, alla comunicazione che sottende le relazioni perverse. Si è parlato poi della P.A.S. (sindrome di alienazione genitoriale) e degli episodi di mobbing nei contesti di lavoro. E’ stata affrontata altresì la possibilità di avviare percorsi di supporto psicologico o percorsi psicoterapeutici nelle situazioni di maltrattamento familiare.

In tre incontri su sei, le relazioni di due avvocate hanno permesso di approfondire sia i risvolti legali degli episodi di maltrattamento, sia l’iter giudiziario che ne segue.

Facendo riferimento a S. Freud e ai concetti di “scissione dell’Io” e di “diniego della realtà” ( vedi “I tre saggi della teoria sessuale”) , a D. Winnicott e, tra i suoi scritti, a quelli sul disturbo antisociale, a Meltzer e al concetto di “perversione”, a Racamier e al suo articolo su “L’Ingranamento”, è stato approfondito il rapporto tra persecutore e vittima, definendo tale relazione come una comunicazione collusiva, caratterizzata da un meccanismo patologico dove la violenza, perpetrata generalmente da personalità narcisistiche e generalmente non percepita come tale , viene spostata sull’altro, la vittima, perché troppo angosciosa e generatrice di sofferenza. La vittima diventa a questo punto portatrice della sofferenza dell’altro e le possibilità di reagire alla violenza diventano in tale contesto sempre più difficili.

Nell’assetto psicopatologico che si viene a delineare sono stati analizzati sia i meccanismi

individuali di funzionamento intrapsichico e i meccanismi di difesa implicati nell’incastro di coppia (dalla negazione, alla identificazione proiettiva, al diniego, all’invidia) che gli aspetti

intersoggettivi, questi ultimi a partire dalla scelta del partner, per arrivare ai meccanismi attraverso i quali viene mantenuta una relazione perversa. Nella situazione che si viene a creare, dove sono implicati anche aspetti di seduzione, si assiste alla successiva difficoltà, impossibilità di uscire da tale incastro o ingranaggio, per usare in termine di Racamier. Una metafora utilizzata nell’incontro nel quale sono stati discussi tali aspetti, è stata quella della tela del ragno, nel senso che, ad ogni tentativo di uscir fuori dalla tela corrispondono tentativi omeostatici di ricostruzione della stessa e di ripristino dell’incastro.

L’alleanza con il segreto è un altro aspetto cardine di questo processo ed è in relazione con l’alleanza perversa che sottende tali relazioni patologiche.

Si è parlato di trauma e della sua trasmissione inconscia, e di quanto essa abbia a che fare con la storia delle rispettive famiglie di origine, del posto che si occupa o si è occupato in esse, del livello di dipendenza e di autonomia nel processo di individuazione raggiunto dai componenti la coppia.

(vedi gli studi di D.Winnicott, di S. Tisseron, di Masud Khan e il concetto di trauma cumulativo).

Particolare attenzione è stata data a quelle situazioni in cui sono presenti dei bambini e/o

adolescenti. Questi ultimi non sono soltanto testimoni di violenza. Ci si riferisce qui anche a quei conflitti di lealtà nei quali i minori si trovano coinvolti nel loro essere costretti a vivere quotidianamente in contesti caratterizzati da violenza intra-familiare.

Nel corso dei loro interventi al Corso, le due avvocate hanno approfondito gli aspetti legati al “come” si interviene legalmente nei casi di maltrattamento e quali sono le figure professionali, le Istituzioni e le altre persone che sono coinvolte nel percorso di approfondimento e nell’iter giudiziario (tra cui i Giudici e Pubblici Ministeri, Servizi della Pubblica Sicurezza, avvocati, Servizi Sociali, i Servizi Sanitari, i C.T.U., i C.T.P. i testimoni per citarne alcuni). Guardando al problema della violenza da un punto di vista giuridico, sono state analizzate le varie forme e caratteristiche che essa assume. Oltre alla violenza fisica , alla violenza sessuale, alla violenza psicologica e alla violenza assistita (relativa, come si è detto, soprattutto ai minori coinvolti), si è parlato anche della violenza processuale. Quest’ultima, che emerge nell’ambito del Processo, è riferita all’insieme di “appigli”, di “prove” usate in ambito processuale per denigrare l’altro.

Un esempio frequente a questo riguardo è quello di mettere in discussione la veridicità di quanto affermato dalla vittima, ipotizzando suoi problemi di salute mentale .Tutto questo permette di osservare, nella evoluzione del procedimento, una progressiva escalation e ipoteticamente anche un aggravarsi dell’espressione di quelle forme di violenza da cui si è partiti. Obiettivi prioritari diventano a questo livello quello dell’accelerazione del Processo stesso (è stata citata una Legge del 2019) e, in fase iniziale, la valutazione del rischio, anche rispetto al possibile femminicidio. Può essere letto in tal senso l’Ordine di Protezione deciso in alcuni casi dal Giudice e attuato con un Provvedimento di inserimento della donna in un luogo protetto.

Uno degli incontri del Corso è stato dedicato interamente al mobbing , ossia all’abuso nei luoghi di lavoro, analizzato nelle sue varie forme di espressione, alcune delle quali comprendono i meccanismi perversi già citati all’inizio. Quello del mobbing è un fenomeno basato fondamentalmente su comunicazioni di squalifica, di discredito, di isolamento, di rifiuto, e di induzione delle vittime a compiere errori che poi vengono sottolineati anche in presenza di altri componenti il team. Possono essere presenti molestie sessuali. E’ possibile fare qui alcune analogie con il bullismo. Occorre guardare anche ai vari livelli di gerarchia che caratterizzano ruoli e posizioni nei luoghi di lavoro e, in primis, la responsabilità assunta su questo piano dai Capi Servizio in modo particolare quando essi stessi si rendono autori del mobbing. Nei luoghi di lavoro anche i colleghi e gli altri dipendenti assumono un ruolo molto importante , a volte nel colludere attivamente con i superiori, a volte isolando la persona oggetto di mobbing rispetto al resto del gruppo, altre volte con il silenzio, la derisione o con tutte queste cose messe insieme e altre ancora, che nel complesso denotano sottili meccanismi di comunicazione perversa e che mantengono comunque lo status quo o aggravano nel tempo la situazione di disagio e/o di sofferenza che si viene a creare.

Si è inoltre discusso della possibilità di ipotizzare una corrispondenza, ma non coincidenza, tra mobbing e quello che viene definito il burn out.

Ogni incontro del Corso è stato condotto dal dottor L. Petruccioli , affiancato volta per volta da altri specialisti, una psicoterapeuta e due avvocate, e l’approfondimento teorico è stato alternato a momenti di discussione con i partecipanti, con la presentazione, da parte di alcuni, di situazioni cliniche, sempre in forma spontanea e non preordinata. Pur non essendo stata io stessa tra coloro che hanno presentato casi clinici, ho avuto modo di ripensare ad alcuni di quelli affrontati nella mia esperienza professionale. Ho riflettuto ancora una volta , nello specifico delle situazioni di maltrattamento, sul fatto che l’ascolto della violenza e del maltrattamento è una esperienza che mi ha sempre toccato profondamente e che il lavoro svolto con i colleghi nelle situazioni condivise è necessario, a volte difficile e complesso al contempo, così come è laborioso ciò che si fa in risposta alle richieste di approfondimento e di intervento che pervengono dalle AA.GG. Capire quali “corde” personali vengono toccate quando si affronta ciascuna di queste problematiche è

necessità, diritto e dovere al contempo perché sappiamo bene che anche il nostro modo di porci e le nostre strategie di intervento possono influenzare l’evoluzione dei casi affrontati . Ascoltarsi, dunque, mentre si ascolta l’altro. Ma anche essere ascoltati in un lavoro di confronto con altri colleghi e/o di supervisione. Ho sentito, percepito, ascoltato un desiderio-necessità –urgenza di questo tipo per chi nel Corso di aggiornamento presentava difficoltà in merito ai casi in carico e in trattamento. Penso che la possibilità di poter fare questo tipo di lavoro trovando per esso momenti e spazi idonei, possa contribuire a colmare il divario tra teoria e prassi e, nel caso specifico del mal – trattamento possa diventare la premessa per un buon trattamento.

Roma, luglio 2021

Autore: Giulia Cespa

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